Gian Maria Volontè, un cittadino al di sopra > Retrospettiva

In Piazza Ciro Menotti – Fiorano Modenese – h. 21.00

Gian Maria Volonté (Milano, 9 aprile 1933 – Florina, 6 dicembre 1994) è stato un attore, regista teatrale e attivista italiano.

Interprete versatile e incisivo, Volonté è spesso annoverato fra i migliori attori della storia del cinema, non solo italiano, ricordato per il mimetismo, la presenza magnetica e la recitazione matura. Il regista Francesco Rosi disse di lui che «rubava l’anima ai suoi personaggi».

Conseguita una certa fama internazionale ricoprendo il ruolo del cattivo negli spaghetti western di Sergio Leone, divenne in seguito l’attore-simbolo del cinema d’impegno civile, raggiungendo i vertici delle sue capacità interpretative sotto la regia di Francesco Rosi, Elio Petri e Giuliano Montaldo. Come regista, realizzò documentari di stampo politico.

Venerdì 16 luglio

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

è un film del 1970 diretto da Elio Petri ed interpretato da Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan. È considerato uno dei migliori film del regista e uno dei migliori in Italia, tanto che venne inserito nella lista 100 film italiani da salvare. Il film vinse il Grand Prix Speciale della Giuria al 23º Festival di Cannes[1] e il Premio Oscar al miglior film straniero 1971, nonché una candidatura per la migliore sceneggiatura originale agli Oscar dell’anno dopo.

Il giorno stesso della sua promozione al comando dell’ufficio politico della Questura, un dirigente di Pubblica Sicurezza (del quale per tutta la durata del film non viene fatto il nome e che in fase di sceneggiatura viene individuato come l’Assassino), fino a quella mattina capo della sezione omicidi, uccide con una lametta Augusta Terzi, la propria amante, nell’appartamento di lei.

Il film è realizzato con la tecnica dei flashback in cui si rivela che Augusta invitava il commissario ad abusare del proprio potere o a narrarle particolari scabrosi cui aveva assistito nelle vesti di poliziotto o, ancora, lo provocava parlandogli di una sua relazione con un giovane «rivoluzionario», in realtà lo studente anarchico Antonio Pace, che vive nel suo stesso palazzo.

Consapevole e allo stesso tempo incapace di sostenere il potere che egli stesso incarna, il poliziotto dissemina la scena del delitto di prove e, durante le indagini, alternativamente ricatta, imbecca e depista i colleghi che si occupano del caso. Se in un primo momento ciò che guida il protagonista pare essere l’arroganza di chi confida nella propria insospettabilità, la veridicità di questa convinzione viene via via smentita dai fatti (…)

Venerdì 23 luglio

La classe operaia va in paradiso

è un film del 1971 diretto da Elio Petri, scritto con Ugo Pirro, vincitore del Grand Prix per il miglior film al Festival di Cannes 1972.

Ludovico Massa, detto Lulù, è un operaio di 31 anni con due famiglie da mantenere (una composta dalla ex moglie e il loro figlio, l’altra dalla sua nuova compagna e il figlio di lei) e con alle spalle già 15 anni di lavoro presso la fabbrica B.A.N., due intossicazioni da vernice e un’ulcera. Milanista[3], stakanovista e sostenitore del lavoro a cottimo, grazie al quale, lavorando a ritmi infernali, riesce a guadagnare abbastanza da potersi permettere l’automobile e altri beni di consumo, Lulù è amato dai padroni, che lo utilizzano come modello per stabilire i ritmi ottimali di produzione, e odiato dai colleghi operai per la sua diligenza che viene scambiata per servilismo.

Nonostante ciò, non riesce ad essere contento della sua situazione, in quanto i ritmi di lavoro sono talmente sfiancanti che, tornato a casa, riesce a malapena a mangiare e ad annichilirsi davanti alla televisione, non ha nessuna vita sociale, nessun dialogo con i propri cari, non riesce neppure più ad avere rapporti con la compagna. La sua vita continua in questa totale alienazione, che lo porta a ignorare gli slogan di protesta urlati e scritti dagli studenti fuori dai cancelli, finché un giorno ha un incidente sul lavoro e perde un dito, dopo aver cercato di estrarre manualmente un pezzo rimasto incastrato nel macchinario (…)

Giovedì 29 luglio

Quién sabe?

è un film del 1966 diretto da Damiano Damiani.

Messico, 1917. Bill Tate finge di essere un ricercato, ma in realtà è un sicario americano pagato dal governo di Città del Messico per uccidere il generale ribelle Elías; per portare a termine il suo compito si unisce a una banda di rivoluzionari messicani capeggiati dal Chuncho, dove viene subito ribattezzato Niño. L’attività principale della banda è quella di rubare le armi all’esercito, per poi rivenderle all’esercito ribelle del generale Elías. Il Chuncho non è solo un bandito, e non combatte per arricchirsi, ma con la convinzione di poter liberare il popolo messicano (…)

Venerdì 6 agosto

Uomini contro

è un film del 1970 diretto da Francesco Rosi, liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano. Ambientato nella prima guerra mondiale, quest’opera, di impronta pacifista e antiautoritaria, mette in luce la follia della guerra, e descrive impietosamente l’impreparazione e l’arroganza dei comandanti militari italiani.

A proposito di questo film ha dichiarato il regista Francesco Rosi: «Per Uomini contro venni denunciato per vilipendio dell’esercito, ma sono stato assolto in istruttoria. Il film venne boicottato (…)»

Ambientato nell’Altopiano di Asiago durante la prima guerra mondiale, intorno al 1916, il film è incentrato in particolare sul Monte Fiorche, inizialmente in mano italiana, viene abbandonato e lasciato in mano all’esercito austriaco, che lo rese un’inespugnabile fortezza. Esso ripercorre le vicende della divisione, comandata dal generale Leone alla riconquista della montagna, nella quale presta servizio il giovane sottotenente Sassu, ex studente universitario interventista fattosi trasferire dal Trentino, alle dirette dipendenze del tenente della compagnia Ottolenghi, veterano disilluso della guerra e con idee socialiste, con cui in diverse occasioni si opporrà agli ordini inutili o inutilmente punitivi dei superiori, fino a trovare la morte durante l’ennesimo, vano attacco per la riconquista del Monte Fior (…).

Giovedì 12 agosto

Porte aperte

è un film di Gianni Amelio del 1990, ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato nel 1987. Il film è stato presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al 43º Festival di Cannes, David di Donatello come miglior film e a Gian Maria Volentè come miglior attore nel 1990, nominato come miglior film straniero agli Oscar 1991,

Nella Palermo degli anni trenta un giudice, Vito Di Francesco, tenta a suo modo di opporsi, a termini di legge, alla condanna a morte di Tommaso Scalìa, ormai destinato alla pena capitale per aver ucciso, nello stesso giorno, con una baionetta il suo ex datore di lavoro, avvocato Spatafora ed un ex collega, nonché la moglie, con una pistola. Il giudice si scontra con i poteri dello Stato e con lo stesso imputato il quale, invece, chiede di essere fucilato. Nonostante tutto, Di Francesco riesce ad ottenerne l’ergastolo, poiché non crede nell’efficacia della pena di morte e giudica tale pena più crudele degli stessi omicidi commessi dall’accusato. Per il suo gesto, non gradito alle gerarchie, Di Francesco verrà trasferito per punizione in una pretura di scarso rilievo e la sua carriera sarà rovinata. Il film si conclude con la scritta in cui si riferisce che Scalìa verrà condannato a morte in appello e fucilato.

Venerdì 20 agosto

A ciascuno il suo

è un film del 1967 diretto da Elio Petri, liberamente ispirato[2] all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia. Questo film segna l’inizio del fortunato sodalizio artistico fra Elio Petri, Ugo Pirro e Gian Maria Volonté.

«Feci il film per quest’essere “A ciascuno il suo” il sensuoso e ironico ritratto d’un intellettuale umanista e sessualmente incompetente.» (Elio Petri, 1979

In un paese della Sicilia (Cefalù in provincia di Palermo), durante una battuta di caccia vengono uccisi due uomini, il farmacista Manno e il dottor Roscio. Poiché il primo aveva ricevuto diverse lettere minatorie, a causa delle sue presunte relazioni extraconiugali, si giunge alla conclusione che l’obiettivo dell’omicidio fosse lui, mentre il secondo solo un testimone, vittima innocente. Le indagini seguono la pista del delitto d’onore e portano all’arresto del padre e dei fratelli di Rosina, servetta adolescente sedotta da Manno.

Paolo Laurana, insegnante liceale che lavora a Palermo, poco inserito nella vita di paese, con un passato di militanza comunista, considerato asociale ma innocuo dalle forze dell’ordine, è convinto che la storia non sia così semplice come appare, perché aveva potuto vedere prima degli omicidi una delle lettere minatorie ed aveva notato che le lettere di giornale con cui era composta provenivano da una copia dell’Osservatore Romano, un’improbabile lettura per gli accusati, pastori analfabeti. Rende partecipi dei propri sospetti Luisa, la vedova del dottor Roscio, forse il vero obiettivo dell’assassino, e il cugino di lei, l’avvocato Rosello, importante notabile del luogo. Mentre la prima aiuta Laurana nella sua indagine personale, Rosello accetta di prendersi carico della difesa degli innocenti agli arresti (…)